I casi di Andrei – La casa di San Michele

Marzo.
La primavera arrivò come una menzogna gentile: aria tiepida, ciliegi in fiore, e dietro l’odore di muffa che Pavia non riusciva mai a togliersi di dosso.

Andrei Pancenko era tornato a casa, ma la casa — come spesso accade — non era più la stessa.
Sul tavolo della cucina, accanto alla tazza di tè ormai freddo, c’era una busta senza francobollo.
Calligrafia elegante: “Mi segua per un giorno, voglio che veda chi sono.”
Firmato: Clara Volpini.

Il nome gli diceva qualcosa. Solo più tardi avrebbe ricordato dove l’aveva visto: un ritaglio del 2019, caso archiviato per “insufficienza di prove”.
Truffe edilizie, tangenti, un appalto comunale.
E nel mezzo, la parola che ormai gli faceva venire un brivido: Progetto Argilla.

La casa di via San Michele era un edificio borghese vicino al Naviglio: cancello in ferro battuto, giardino curato, silenzio irreale. Quando Andrei arrivò, trovò la porta socchiusa.
Dentro, odore d’incenso e qualcosa di dolciastro, mandorla amara.

Clara Volpini giaceva sul pavimento del soggiorno, la corda spezzata ancora fissata alla trave sopra di lei. La sedia rovesciata, come un indizio lasciato a metà.
Sul tavolo, un biglietto: “Non sono innocente, ma non sono sola.”

La scientifica archiviò tutto in fretta: “Suicidio.”
Maggioni, rassegnato a inseguire le ombre di Andrei, gli lasciò copia del verbale.

Andrei, invece, si fermò su un dettaglio: nella foto del sopralluogo, l’ombra sul muro non corrispondeva al corpo disteso. Era più alta. Più sottile.

Scavando nella vita di Clara, trovò conferme: ex funzionaria comunale con accesso ai documenti del Progetto Argilla. Aveva scoperto che dietro alle bonifiche fasulle c’erano società di copertura ricondotte a una sigla unica: R.T.S.
Non una persona. Una rete.
Riciclaggio, smaltimenti illegali, tangenti. Tre morti considerate “casuali” in tre mesi.

Seguendo il flusso dei conti, Andrei arrivò a un nome che credeva archiviato: Rino Tersini, l’orologiaio di Sant’Albino. Morto in prigione due settimane dopo l’arresto, “arresto cardiaco”.
Il laboratorio era ancora sigillato.

Dentro, tra pendole smontate e fotografie sbiadite, Andrei trovò un armadietto di ferro. Una chiavetta USB avvolta in un fazzoletto, e un biglietto scritto con mano tremante:
“Se il tempo si ferma, è perché qualcuno lo ha voluto. Guarda dove scorrono le rogge, non dove finiscono.”

Sul file: schemi, conti cifrati, una mappa con tre cerchi — Sant’Albino, Roggia Bruciata, via San Michele.
E al centro, un nome cancellato con rabbia.

Ingrandì l’immagine. La pressione del pennarello aveva inciso la carta.
Sollevò il foglio alla luce e lesse: Maggiore R. Tommasi.

Si fermò.
Maggiore. Non commissario.

Chiuse il portatile.
Fuori, Pavia respirava piano, come se volesse non farsi sentire.
Andrei accese finalmente la sigaretta che portava da mesi. Non la fumò. La guardò bruciare lenta e sussurrò:
RTS. Adesso so chi scandisce le ore.

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